Cos’è la polvere, se non uno scarto del tempo che passa? Che cos’è l’amore, se non uno sguardo sul tempo che resta? E che cos’è il viaggio, se non un misto di polvere e amore che giocano a contendersi il primato sugli eventi e sugli incontri della vita che ancora non è stata detta?
Vita straniera: quella che non si racconta per buona educazione. Un nome da viaggiatore e indosso un’etichetta: “cercasi”. Tutto qua. Il privilegio del nomade si chiama Imprevisto e arriva quasi sempre accompagnato da una musica randagia. Un gruppo di suonatori senza casa dedica ai passanti la propria polvere, il proprio amore. Tutti si voltano verso di me, mentre mi unisco al loro canto di cui, unico, padroneggio le parole. Una stretta di mano, un abbraccio e qualche patriottica birra dall’altra parte del palco. Si riparte.
Il privilegio del nomade si chiama Alba. Che tu la faccia o che lei ti faccia a giorno non fa differenza. Ormai ci si conosce così bene che è sfumato l’imbarazzo dei convenevoli. E l’alba ti scuote fin sotto le ossa con la sua irriverente ala rossa a dirti che è tempo di uscire dal grembo della notte e di scontare la pena di un’altra giornata vestita d’incognita.
Tra le bancarelle di un rustico mercato incontro le nonne di paese intente a scegliere gli ingredienti per la pozione di giornata. Un sole alto da inizio mattinata svela i colori selvaggi dell’uva accatastata a grappoli sul ciglio di un simpatico bancone. Se la ride il vignaiolo con la faccia da ubriacone mentre stacco un acino e lo levo al cielo per guardarci dentro. Uno spintone fa atterrare il mio caleidoscopio a terra, faccio come per voltarmi ma subito qualcosa mi ferma. Scopro poco più avanti una donna vestita di rosso e dalla pelle ramata che intreccia i capelli di un bimbo, dolcemente concentrata. Mi avvicino e resto incantato ad osservare come le sue dita mi ricordino una marmellata di fragole e ciliegie da spalmare sopra una fetta di pane abbrustolita. Un altro me la inviterebbe volentieri a fare colazione, ma alle volte è preferibile un passo indietro ad un’azione da copione.
Il privilegio del nomade si chiama Ospitalità. Ospitale è l’ombra di un vecchio albero ignorato, ospitale è il seno di una mantide con cui non hai osato, ospitale è il vizio del fumo quando ti senti disorientato. Mi siedo all’ombra di un albero: dalla corteccia si direbbe un tipo scorbutico con gli sconosciuti, invece è solo la vetrina dell’apparenza. Accendo una sigaretta e sbuffo via un filo di lana grigia che va ad incastrarsi a cavalcioni sopra un ramo storto. Una goccia mi cade sul volto, un’altra rimbalza sulla mia mano, e a piccole decine mi assalgono come solletico, per ricordarmi che è già ora di incamminarmi. Piove quel tanto che basta per farmi essere altrove. Com’è generoso, il tempo, delle volte.
Il privilegio del nomade si chiama, buffo no? Si chiama: Anonimato. Nessun vincolo esteriore col proprio passato. Il nomade è nomade perché non ha mai dimenticato ma sradicandosi almeno non deve farci i conti tutti i santi giorni. I conti non tornano, e si resta sempre in debito coi ricordi. Il nomade sia benedetto perché non ha mai dimenticato. Senza nome mi aggiro per la via di un sentiero nascosto, tipiche case da periferia cedono il posto ad un piazzale al quale mi accosto senza indugiare. Subito riconosco la stasi pomeridiana addormentata sulle panchine. Disposte a fila indiana ci sono tre bambine che giocano a saltare dentro a un cerchio fatto di sassi. Ad ogni salto la fila si allontana fino a quando lo slancio diventa rincorsa. Lentamente appoggio la borsa e mi avvicino ad ammirare un gioco che da bambino non ho mai pensato di inventare. Un mio starnuto improvviso interrompe il loro divertimento. Impaurite scappano via dietro a un muro di cemento e di rimando mi ricordo di quel gioco in cui contavi fino a cento per poi andare a cercare più che gli amici il loro nascondimento. Molti sono rimasti nascosti anche anni dopo. Altri si sono fatti trovare, e altri ancora hanno fatto la fine del topo, morto in fondo ad una tana di inganni.
Il privilegio del nomade si chiama Parsimonia. Economia di gesti e di parole. Tutto ciò che serve è un vocabolario fatto di quella polvere e di quell’amore di cui il viaggio stesso si compone. Soltanto questo, perché il resto non ci sta sulle spalle del viaggiatore. Offro alle fanciulle intimorite una filastrocca del mio paese, senza pretese da conquista. Le donne sin da piccole sono anime testarde. Una di loro sorride, mi segue con gli occhi. Aspetta serena che io mi blocchi per regalarmi felice il suo applauso.
È scesa la notte, e il Buio è il massimo privilegio per un nomade. Mi fermo qui, il resto non farà certo storia ma fa vita. E questa notte voi dovrete immaginarla fino in fondo. Non ho altro da dire se non… a domani, mondo.

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